Hint: Use 'j' and 'k' keys
to move up and down

Odd B

Quando entro dal portone del mio condominio mi specchio nella porta a vetri. E’ inevitabile e io sono abbastanza vanitoso da non perdere l’occasione. Prima di arrivare alla porta bisogna percorrere l’androne, che è coperto e in ombra, mentre la porta è nel cortile, all’aperto e (quando c’è) al sole. Così l’immagine riflessa non appare subito, ma gradualmente: un’assolvenza da nero che starebbe bene nei titoli di testa di qualche film, se i film avessero per protagonisti tizi che si specchiano nelle porte a vetri e poco altro. La maggior parte delle volte che mi specchio ho i cani al guinzaglio: loro davanti, a tirare e ansimare, io dietro, che cerco di non essere trascinato e non ho nessuna somiglianza con un conduttore di cani come si deve. Così, c’è un momento in cui appaiono i cani da soli. Dietro di loro solo un’ombra indistinta che potrebbe essere chiunque, il fantasma di qualche miliardo di universi paralleli in cui lì c’è qualche altro miliardo di individui a portare quei due cani a casa. Poi faccio due passi, mi vedo dietro ai cani e penso che no, nella mia vita ci sono io, mi rassicuro e sono contento.

hypno KD is hypnotic

nbaoffseason:

What a game! Why am I posting this and not sleeping yet?

(Source: twitter.com)

Meglio dell’Istat

(c’è il Record Store Day ma non sono in grado di produrre niente di nuovo. Recupero un post vecchio e chiedo scusa)

Un sabato nella mia città, e come al solito finisco da Gandalf, a rigirarmi tra le mani il cd di Micah P. Hinson “All dressed up and smelling of strangers”, cercando di capire dalla copertina se valga o no la pena di spendere diciannove euro. 

Sì, dalla copertina sì. Però, chissenefrega di sentire l’ennesima cover di “Suzanne” di Cohen? Ma soprattutto, è moralmente accettabile che io sia costretto a spendere tutti questi soldi soltanto per il fatto che mi piace avere mensole piene di dischi e che non riesca a trovarlo su bitTorrent? 
Mentre richiamo alla memoria le recensioni che ho letto (Che voto gli davano? Non era Zingales il recensore, vero? ), penso con affetto che il negozio non cambierà mai: gli scaffali sono adeguatamente unti e polverosi, e dappertutto aleggia il solito, penetrante odore di cane. Courtesy Paco, bobtail - sarà ancora lui? Diocristo, son passati diciott’anni, possibile che sia ancora lui? - con tendenza al rastafarianesimo involontario. Questo posto s’è trasferito un paio d’anni fa, ma scommetterei che hanno inscatolato anche la polvere e poi l’hanno ributtata sui raccoglitori, per non perdere nulla del bouquet originario. 

Nello ha i baffi e la barba sfatta, la salopette di jeans e il dolcevita rosso: sembra Supermario, ah ah. Pier cazzeggia in giro e conciona sull’ultima novità della scena di Tromsø, tanto Nello non capirà mai di che cazzo sta parlando. Chissà cosa fa nella vita, Pier. Tutte le volte che vengo qui lui c’è. Boh, forse è stato assunto. Data la stazza, probabilmente come bancone. “Diiiin-dooon”: l’imitazione elettronica di un campanello esce da un altoparlante sporco e gracchiante, calante nel finale e gradevole come la sensazione della punta della matita che si spezza: si son portati dietro proprio tutto dal negozio vecchio, pare. 

L’hanno fatto suonare due ragazzine, che attraversano la soglia con aria smarrita. Quando Gandalf era vicino alla stazione degli autobus passavano davanti alle vetrine centinaia di studenti, ma nessuno si azzardava a entrare. Adesso che ha cambiato zona la clientela deve ancora venire scolarizzata. Ora, io non vorrei fare il vecchio che si stupisce dei cambiamenti nei giovani d’oggi, ma una di quelle battute che ripeto con frequenza imbarazzante (se mai abbiamo avuto occasione di frequentarci per più di tre-quattro minuti sicuramente me l’avrete sentita pronunciare) è quella secondo la quale se le mie compagne di classe fossero state così patate come le ragazzine di adesso io avrei avuto risultati (ancora più) scarsi a scuola e una media masturbatoria (ancor più) impressionante di quella tenuta per tutta l’adolescenza. In effetti, una delle due potrebbe tranquillamente essere responsabile del debito formativo della metà dei suoi coetanei. L’altra, verosimilmente, di quell’esigua percentuale di studenti che non hanno mai un’insufficienza, fanno sempre i compiti e arrivano pure a scuola prima per farli copiare ai compagni. 

“Ha il cidì dei Tokio Hotel?” Esordisce la seria candidata a una luminosa carriera da passare ballando su un tavolo davanti a ultracinquantenni allupati, in attesa di accasarsi col prossimo terzino destro dell’Albinoleffe o giù di lì. 

Ma perdio, spendi i tuoi soldi in un cd? Dove sono finiti i sani vecchi valori di una volta, quando le ragazze dilapidavano la paghetta in sigarette, vestiti disapprovati dai genitori e test di gravidanza? 

“Aha, Bill è proprio esagerato”, ridacchia alle sue spalle la seria candidata al catalogo della Ideal Standard. 

“Esagerato”? Dio mio, allora è vero che c’è un revival degli anni ‘80. Se dice “Supergallo di Dio” giuro che mi suicido chiudendo la testa nell’espositore del Metal. Comunque te la sei cercata, ragazzina: adesso Nello e Pier vi sfotteranno a sangue. 

“Pier, senti, tu sai se in negozio ho il disco dei Tokio Hotel?” 

“Uhm, non mi ricordo, sono giapponesi no? Allora forse nel raccoglitore in fondo?” 

“Ah sì, giusto: guarda ragazzina, sono là vicino a Masonna” 


Mi spiace ragazze, questo è Gandalf. In vetrina ci sono dischi talmente rari che non li trovate nei programmi di condivisione peer-to-peer, no i Tokio Hotel. Ma siete giovani, vi rifarete dell’umiliazione sulla pelle di qualche compagno di scuola. Soprattutto la futura valletta di Controcampo, suppongo. L’altra forse ci metterà un po’ di più, ma ci sono abbastanza cestelli Haagen-Dasz e repliche di programmi della De Filippi per ricordarle che, per quanto disperato e depresso uno sia, se prende il microfono in mano resta disperato e depresso, ma in più diventa anche stronzo. Mentre gongolo, Nello si gira e deposita sul bancone - quello di legno e vetro, non Pier - un cd. Humanoid. Oh, cazzo. Non pensavo lo tenesse. 

“Ma è quello nuovo?” si intromette la probabile protagonista di uno spot che veicolerà messaggi sessuali avvilenti per tutto il suo genere di appartenenza al fine di vendere deodoranti per auto. 

Ok, adesso però Nello la manda affanculo. Cosa vuoi che ne sappia, lui, della data di rilascio dei dischi dei Tokio Hotel. Invece prende il dischetto, si impettisce e dice: “Sì, è questo. E’ arrivato proprio ieri”. 

Credo di avere le extrasistole: so per certo che Nello non sa niente delle discografie di un qualunque cantante o gruppo posteriore agli Allman Brothers, quello che sta succedendo è semplicemente impossibile. 

“E’ lui! E’ lui! Che fiiigo!” urlano la prossima Ministra delle Pari Opportunità e la Ragione per Cui i Fans di Star Trek si Riproducono, felici come pasque. “Ce ne dà uno per ciascuna?” 

“Ti prego, fai che non ne abbia due” - mormoro tra me e me. 

“Mi spiace, ne ho solo uno” - grazie, Gesù Bambino - “ma non preoccupatevi, mi torna entro venerdì.” 

E’ troppo. Mollo Micah P. Hinson, mi lancio contro la porta ed esco senza nemmeno salutarli. Un giorno tornerò, ma non sarà tanto presto. 

Questa recessione fa davvero paura.

C’è tanta confidenza

“Scherzi? C’è grande confidenza. Chiederlo a me è come chiederlo a lui. No davvero, siamo così” 

Cugino Aurelio avvicina gli indici fino a metterli uno accanto all’altro. All’istante ho voglia di spaccargli la faccia: dovrebbe esserci una legge che vieti di somigliare a Maurizio Mattioli e contemporaneamente fare dei gesti con le mani che ricordino il suddetto Maurizio Mattioli avendo un nome idiota come Cugino Aurelio. Che poi, cugino di chi. Per quanto ne so, potrebbe chiamarsi Aurelio di nome e Cugino di cognome, o addirittura viceversa. Apro e chiudo i pugni un paio di volte, immaginando la sensazione del suo setto nasale contro le mie nocche e il piacere di dirgli, quando mi chiederà perché, che con me è meglio evitare di gesticolare in un modo che possa vagamente ricordare attori dei Cesaroni trombati dopo la prima stagione. Poi però mi accorgo di un paio di falle nel mio piano infallibile: per prima cosa, l’unica volta che ho dato un pugno a un’altra persona ero in terza media e l’ho fatto sanguinare solo perché s’è tagliato la mano sul mio apparecchio per i denti, ma soprattutto ho un bisogno maledetto di questo panzone dalla mimica irritante. Mi deve raccomandare. 

Mi faccio schifo. 

C. A. Continua a blaterare nel suo falso romanesco, parla di conoscenze e frequentazioni a suo dire fon-da-men-ta-li per conseguire una qualsivoglia soddisfazione, un incessante borborigmo di nomi, circostanze e favori di cui colgo soltanto la minima parte. Senza dire nulla, mi dirigo verso il bagno. Piscio con la fronte appoggiata al muro, la nausea che mi rivolta lo stomaco. Mentre mi lavo le mani, alzo lo sguardo allo specchio sopra il lavabo: occhiaie di tre notti, venuzze come crepe nella sclera, due solchi a fianco degli angoli della bocca. 

“Almeno lo facessi per qualcosa che ti piace” 

Il tizio nello specchio mi guarda senza espressione. Ha delle cispe negli occhi, sono ancora fresche ma presto si seccheranno. 

“Volevi agire nel modo giusto, volevi farcela coi tuoi mezzi e cambiare il mondo. Non lo cambierai, e in più devi passare da questo stronzo per fare qualcosa che ti ripugna. Non sei fiero di te?” 

Nessuna risposta, non un muscolo facciale che si muova, non un’emozione. Sembra un morto vivente. Mi sciacquo il viso, reprimo un paio di conati e torno nell’altra stanza. Cugino Aurelio sta ancora parlando, non si è nemmeno accorto che non c’ero. 

“Perché tra me e lui c’è sempre stata ‘sta cosa, che anche se non ci sentiamo per mesi poi siamo sempre pronti ad aiutarci, e pure ad aiutare gli amici. Te vai là, io intanto lo chiamo, e vedrai che in un paio di giorni sei sistemato.” 

Sistemato. Bella scelta di termini, sufficientemente ambigua. Già mi dà fastidio l’idea del “sistemarsi” usata nell’accezione positiva, detto così ha un che di patibolare che mi strappa un mezzo sorriso. Vabbé, facciamoci sistemare il prima possibile. Prendo il foglietto con l’indirizzo del Superpotente che dovrebbe aiutarmi, ringrazio ed esco. Senza smettere di sorridere attraverso la porta a vetri dell’ascensore, saluto di nuovo e mi lascio scappare un “vaffanculo” quasi impercettibile. Poi scendo in cortile, mi infilo il casco e riparto nella nebbia. 

Sto un po’ meglio. Mi piace andare in moto d’inverno, mi piace il freddo contro le gambe e sulle dita, mi piace il fatto di non essere costretto ad andare forte per sentire fresco, mi piace che quando mi fermo la visiera si appanni, isolandomi dall’ esterno. Quando mi muovo il mondo esiste, altrimenti c’è soltanto grigio. 
Mi piace anche il senso di fratellanza che si crea tra me e i pochi motociclisti in giro: d’estate passi metà del viaggio a metter fuori le dita, finché non ti rompi le palle. D’inverno no, perché quando incroci qualcuno sai che anche lui ha pensato almeno una volta negli ultimi cinque minuti alla sua macchina, con il riscaldamento e il lettore di cd e il telefono a portata di mano. D’inverno in moto ci trovi solo quelli che ci credono, per i quali stacchi volentieri le dita dalla frizione. 

Al solito, inizio a cantare nel casco. Al solito, My way. Non perché mi piaccia particolarmente, ma perché per sentirmi sopra al rumore dell’aria ci vuole qualcosa da cantare con voce piena e ingolata, e di cui ricordi tutte le parole. Quindi, o qualche inno nazionale o, appunto, My way. Stono così tanto che dovrei registrarla, sarebbe più punk di qualunque versione mai incisa. Ohi, cazzo fa quello? 

Figlio di troia, è entrato nella rotonda senza dare la precedenza. Fortuna che andavo piano. Gli suono, lo mando affanculo, gli faccio il dito, tutto il repertorio insomma. Cosa fa? Si ferma? Il mio umore sta per migliorare. Scendo anch’io, e penso che godrò parecchio. E’ da quando vado in moto che sogno di insultare un automobilista e che quello provi a mettermi le mani addosso. Solo che io tengo su il casco, il giubbotto con le protezioni e i guanti: vediamo chi si fa più male. Mentre si avvicina, mi immagino la scena: lui che si para davanti a me, io che gli do una testata sul naso con il casco, lui che se ne va sanguinante e con la coda tra le gambe. 

Sì, ma alza la visiera, genio. Troppo tardi: due respiri e non vedo più niente. Lui mi spintona e barcollo come un ubriaco, inciampo e vado per terra. Posso giusto rannicchiarmi mentre mi prende a calci. Almeno ho la tartaruga sulla schiena, si tratta solo di aspettare finché non si stanca. Infatti, dopo un po’ smette e se ne va. Sento una portiera che si chiude, il motore che si accende e un rumore orrendo, come di un paraurti che urta una moto facendola cadere dal cavalletto sull’asfalto di una rotonda nella periferia di Milano in una sera nebbiosa di novembre. 

La moto va. La carena ha più segni della faccia di Keith Richards, la ruota anteriore è storta e ho l’impressione che non freni più tanto bene davanti, ma va. Devo ancora andare in un posto. Non ho più voglia di cantare adesso, né sono sicuro di voler salutare il prossimo motocicista che incontro. 

L’indirizzo sul foglietto è quello di un palazzo signorile dentro la cerchia delle mura, uno di quei posti il cui campanello riporta solo numeri, perché gli inquilini non desiderano far sapere dove abitano. Che vadano affanculo: anch’io non voglio far sapere dove abito alla banca, chi si credono di essere? Suono e il portone si apre senza che nessuno risponda al citofono. Entro zoppicando e il portiere mi squadra sospettoso, poi torna a guardare il Milionario. Mentre l’ascensore mi porta all’ultimo piano, mi accorgo di non aver ancora tolto il casco. Non ho il tempo di farlo, perché l’ascensore si ferma al piano. Ovviamente, arriva direttamente in casa, sia mai che lorsignori debbano incontrare qualcuno sul pianerottolo. 

“Ti aspettavo. Sei in ritardo e fai schifo” 

La sua voce mi taglia in due. Mi mordo il labbro per evitare di piangere. Son qui a umiliarmi, dopo aver giurato che non l’avrei mai fatto, e già critica. Poi il suo tono si ammorbidisce. 

“Hai fatto bene a venire. Forse adesso capirai come gira il mondo” 

Non ci vedo più. Singhiozzo nel casco, le spalle che tradiscono il pianto, e faccio un passo verso di lui. Lui allarga le braccia come per accogliermi. Non sapevo nemmeno che fosse capace di gesti di umanità. Ormai siamo a pochi centimetri uno dall’altro, i passi attutiti dal tappeto persiano dell’ingresso. Il resto è facile: un movimento rapido con la testa, e il casco gli spacca il naso. Si porta le mani al volto, ma un’altra testata sulle nocche gli strappa un urlo. Lo spingo verso l’interno dell’attico: gocce di sangue macchiano il parquet. Pazienza, domattina la filippina pulirà. Continuo a colpirlo col casco, finché la visiera non è completamente rossa. La sua faccia non esiste quasi più: è una poltiglia tumefatta, da dove c’era la bocca vedo cadere piccoli oggetti biancastri. Gli lascio il foglietto che mi aveva dato Aurelio e giro i tacchi. 
All’uscita, il portiere sembra stupito di vedermi così presto. 

“Tutto a posto?” 

“Tutto a posto Pietro, grazie” 

“Posso passare le telefonate, allora?” 

“No, meglio di no. Papà non potrà rispondere per un po’, credo”

L’anno che a Milano piovve troppo

E poi ci fu l’anno che a Milano piovve troppo. Iniziò presto, a metà ottobre, e non smise più. Ai Milanesi parve normale: d’autunno piove, si dissero, anche se qualcuno ricordava che magari poteva esserci un giorno di sereno ogni tanto. I non Milanesi si lamentarono un po’, ma poi videro che quegli altri stavano tranquilli e si zittirono anche loro. Piovve per tutto l’ottobre che restava, a scrosci violenti e improvvisi; piovve per tutto novembre, gocciolando come da un colino invisibile sopra la città, e le foglie marce s’impastavano a terra; piovve a dicembre, un’acquerugiola fine che pareva stare sospesa, contro la quale gli ombrelli non potevano nulla, che impregnava i sacchetti dei regali e li sfasciava per strada; piovve a gennaio, mentre la gente cercava con scarso successo di superare la tristezza post-festiva; piovve a febbraio, lasciando sul selciato del centro una melma grigiastra di coriandoli spappolati; piovve a marzo, negando anche solo la promessa di una possibile primavera. Piovve ad aprile, a maggio. Finché un giorno smise, o forse smisero di farci caso le persone, non si capisce bene. 


Otto non s’accorse nemmeno della pioggia. Se ne stava da tempo immemore stravaccato sul divano, senza uscire di casa, senza nemmeno guardare fuori dalle finestre. Non che avrebbe visto molto, ormai: i vetri erano talmente coperti di polvere e ingialliti di fumo che si potevano distinguere a malapena le sagome degli edifici al di là della strada, parallelepipedi scuri dai contorni indistinti in cui viveva un’umanità per cui Otto aveva perso interesse.


Da quando Sara se n’era andata aveva deciso di non dedicarsi a nient’altro che a una costante, interminata abulia, e per una volta era stato di parola. Non ci aveva messo molto a perdere anche il lavoro, ma non se n’era curato più di tanto: quello che aveva risparmiato e la liquidazione gli bastavano per pagare le bollette e comprare scatolame della linea economica della Coop. Per il resto, stare sul divano a giocare alla playstation, masturbarsi e scaricare film con la connessione del vicino non era uno stile di vita particolarmente dispendioso. Poteva resistere almeno un paio d’anni, secondo i suoi calcoli, e pensava che li avrebbe usati tutti prima di decidersi a cambiare i pantaloni del pigiama. A volte invece pensava che no, era successo diversamente: prima il lavoro, poi l’abulia, poi Sara. Altre volte ancor pensava che forse era tutta colpa sua. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, faceva spallucce e ricominciava a giocare, mentre le scatolette di tonno vuote si moltiplicavano sul pavimento della sala.


Un giorno, tuttavia, si svegliò con la percezione che ci fosse qualcosa di diverso nella stanza. Una fastidiosa sensazione di novità, di energia pervadeva la sala, una cosa così viva e frizzante che nemmeno il primo sigaro della giornata riuscì a coprire. Gli oggetti parevano più nitidi, i colori più brillanti, le lenti degli occhiali meno unte. 


Gli ci volle un po’ di tempo per capire cosa succedeva (non era mai stato sveglissimo, e settimane, mesi di youporn, playstation e b-movies non avevano certo acuito la sua intelligenza), ma finalmente comprese che quella strana luce nella stanza era, in effetti, luce nella stanza. Abituato al riflesso plumbeo dell’autunno perenne, non s’era nemmeno accorto che aveva smesso di piovere e che il sole scintillava dietro i vetri satinati di sporco. Dovette socchiudere gli occhi per guardare verso le finestre: intravide il verde dei rami, il grigio dei muri di fronte, l’azzurro del cielo, tantissimo azzurro, una macchia rosa… rimase interdetto. Una macchia rosa? Davanti alla sua finestra? Sarà il solito cafone del vicino, il Mariani, che stende le lenzuola, si disse, ma poi quella macchia si mosse. Non sbatacchiò al vento, non svolazzò, non ebbe tremiti: si spostò lentamente fino a uscire dallo spazio rettangolare del vetro. Otto si fregò gli occhi, cercò di pulire - con scarsi risultati, invero - le lenti sulla felpa lurida e si chiese se magari non era un effetto della luce più intensa, come quando guardi una lampadina. Ma poi la macchia tornò, stavolta più grande, rossa sbiadita e diretta nel senso opposto. Per una volta, la curiosità vinse sulla pigrizia e sul terrore di scoprire che senza di lui il mondo aveva proseguito senza finire sotto il diluvio universale: prese la maniglia e spalancò la finestra. 


Ciò che vide lo lasciò a bocca aperta: Milano era bellissima. I palazzi si specchiavano sull’acqua, che a sua volta luccicava sotto il sole primaverile. Le chiome degli alberi erano isole che ospitavano colonie di gabbiani candidi. A perdita d’occhio, le strade che aveva imparato a conoscere erano diventate tanti canali, su cui si muovevano indolenti piccole barche a remi. Una specie di traghetto arancione e squadrato si avvicinò sbuffando e sferragliando, fermò in prossimità della fermata del tram e caricò alcune persone ferme su un molo galleggiante, dopodiché ripartì con lo stesso clangore. In lontananza, la sirena baritonale annunciava  l’attracco al Pirellone di un lussuoso yacht. 


Per un istante temette di essersi bruciato il cervello, ma poi pensò che se proprio doveva quello era un bel modo per impazzire. Poi una voce lo chiamò.


- Salve Boddi, ma allora è ancora vivo -


La voce veniva dalla macchia rosa che aveva visto dalla finestra. Ma non era una macchia, e non era neanche rosa: era una maglietta a righe rosse, e dentro c’era il suo vicino di casa. Sopra alla maglietta, riconobbe la faccia rubizza e strafottente, appena nascosta dalla tesa della paglietta. Stava in piedi di fronte a lui, all’altezza del terzo piano, e impugnava un lungo remo nero.


- Bu-buongiorno signor Mariani - balbettò Otto. - ma cosa ci fa su una… una…- Il nome lo sapeva, ma si rifiutava di pronunciarlo a Milano.


- Una gondola? Eh caro Boddi, mica siamo tutti sciuri come lei che possiamo starcene a casa a far niente. Quando il taxi è rimasto sott’acqua ho dovuto inventarmi un lavoro: si può dire che son rimasto nel ramo, dai. - 


- Ma dove… dove… -


- Deve imparare a finire le frasi, Boddi, altrimenti non la capisce nessuno. Ce n’erano un po’ all’Idroscalo, è bastato far domanda al Comune e me l’han data. Ma lei lo sapeva che all’Idroscalo c’era la scuola di voga alla Veneta? Va’ che la gente è strana, di’. Comunque c’era una bella fila, ma io avevo le entrature giuste e lo sa come dicono i terùn, accà nisciuno è fesso. - Mariani rise, e Otto cominciò a pensare che come mondo illusorio creato dalla pazzia  era piacevole, ma avrebbe preferito non dover più sentire la risata del vicino.


- Ma co… com’è successo? Non mi sono accorto di niente io, mi racconti per favore - 


- Ma niente, lo sa com’è Milano, che quando piove dopo un po’ vien fuori tutto dai tombini: stavolta ha piovuto di più e tutti i buchi per terra son diventati come delle fontane, doveva vedere che spettacolo, una roba de matt. Pensi che, lo sa che la scala C l’han costruita sulle vecchie lavanderie, no? Che eran tanto belle quando ci andavano le dunette a lavare i panni, pareva una cartolina guardi. Comunque disevi, la scala C che era pure brutta, a un certo punto si son rotti tutti i tubi tappati delle lavanderie e veniva fuori l’acqua dalle finestre, con tucc i cinesi che abitano lì che urlavano e cercavano di salvare i loro strasc. Io me la ghignavo anche, solo che poi l’acqua ha allagato anche la mè cantina e non ero più tanto contento. -


- Sì ma non è possibile che Milano sia allagata! Siamo in pianura, non ci sono montagne o colline per chilometri e chilometri, prima o poi quest’acqua doveva defluire da qualche parte! - 


- Eh bravo Boddi, si vede che lei è uno che ha studiato. Solo che poi non sa niente lo stesso. E’ successo che quando ha cominciato a venir fuori l’acqua è arrivato qualcuno da Roma, uno del Ministero dicono, che ha detto che era troppo inquinata, gh’eran i Pm10 e lo zolfo e il piombo e gli acidi e tusscoss, robe che prima erano nell’aria poi la pioggia le ha portate a terra e son finite nell’acqua. Han detto che se andavano nel resto della pianura si rovinavano tutti i campi, quindi ci han fatto una bella diga al posto delle tangenziali e chi s’è visto s’è visto. Certo, all’inizio l’è minga stato facile, ma ha visto che meraviglia oggi? Come si dice, Milan l’è un gran Venezia! - 

Mariani scoppio a ridere, come se avesse detto la cosa più spiritosa del mondo. In effetti era la cosa più spiritosa che Otto gli avesse mai sentito dire, ma dato lo standard incredibilmente basso, meschino e repellente del Mariani non era un risultato così rimarchevole.


Però Otto cominciava a credere a quello che vedeva. Non poteva essere una sua allucinazione, pensava, perché un’allucinazione in cui il Mariani aveva una parte così importante non l’avrebbe immaginata neanche nel più spaventoso dei suoi incubi. 
- E i monumenti, signor Mariani? Le chiese, i palazzi, il Duomo… - 


- Per carità, il Duomo! E’ diventato un posto pericolosissimo: tutte quelle guglie che affiorano, ti tagliano in due la barca come niente. Adesso abbiamo messo un bel lampeggiante in testa alla Madunina e non si può avvicinarsi a meno di cento metri. C’è ancora qualche ciula che ci va per fare la bravata o vedere se c’è qualcosa da portar via, ma poi naufraga e son fatti suoi, nessuno va minga ad aiutarlo un scemo del genere -


- E lo lasciate lì? -


- Certo, el moeur de fam e de frecc, noialtri non ci abbiamo mica il tempo e la voglia di andare a salvare un balabiott inscì. Sa come dicono quei là, i guardiaparco americani? - 


- No, come dicono? - 


- RANGESS! Dicono rangess, ha capito? - Mariani fu colto da un tale accesso di risa che sembrò lì lì per cadere dalla gondola. Otto sperò per un lungo istante, e rimase molto deluso quando lo vide recuperare l’equilibrio. 


- rangess, ma come mi vengono io non so - Mariani si asciugò le lacrime - su, Boddi, non faccia quella faccia per quattro pirla. Piuttosto, ha visto che meraviglia di città ci ritroviamo adesso? Pulita, senza traffico, senza delinquenti che stuprano e rubano, nessuno ai semafori che ti chiede la carità… e poi non ci sono più i problemi dei parcheggi, quei cantieri che sbusavano le strade e rimanevano aperti una vita, non ce n’è più bisogno! Adesso chi può ormeggia la barchetta al balcone o alla finestra, e finita lì - 


Otto dovette dar ragione al vicino, per una volta. Per anni, giorno dopo giorno, era passato da Piazza Novelli per andare al lavoro: ricordava chiaramente quel cartello, d’un giallo beffardo, che riportava una data di fine lavori ormai passata da un lustro. Si sentiva così preso in giro da quel cartello giallo che avrebbe voluto impalarci sopra gli amministratori comunali, quella sordida cricca di affaristi e farabutti che aveva permesso a farabutti consimili di sventrare la città, arricchirsi coi soldi dei cittadini e scappare lasciandosi dietro voragini piene di macerie.


- … e chi avrebbe pensato che i cantieri e i negher potevano essere risolti insieme… - Mariani continuava, ormai ebbro d’amore per quella Milano allagata - … che bella idea quella lì dei buchi - 


Otto fu colto da un sospetto. - Scusi Mariani, di cosa sta parlando? - 
- Ma dei negher e dei buchi, no? E’ stata un’idea di quel geniaccio del Salvini, va’ che quel là è una gran testa. El g’ha pensà: abbiamo il problema dei negher? Abbiamo il problema dei cantieri che non finiscono? E alura ha fatto due più due e ha risolto il problema - 


Otto aveva i sudori freddi sulla schiena, ma ascoltava il Mariani con la stessa fascinazione perversa con cui si rallenta per guardare un incidente stradale. - E alura ha preso tucc i negher, i zingari rom, i musulmani, i rumeni, tutti insomma e li ha messi nelle fosse dei cantieri, poi ha fatto costruire dei bei coperchioni di ferro, li ha usati per tappare i buchi e ha aspettato. Piazza Novelli, Porta Vittoria, Largo Rio de Janeiro, la Metropolitana cinque, dapertutto si sentiva un gran picchiare e urlare che rimbombava, e noi lì che ce la godevamo. Come mi son divertito quei giorni lì, non mi divertivo tanto da quand’eri un barabitt e andavo in giro per il Carnevale, guardi - 


- Sta mentendo, non potete averlo fatto - 


- Glielo giuro Boddi, potesse cadermi l’usèl nell’acqua adesso. Ma lo sa che quella gente lì non è minga facile da ammazzare? Sa che raccontano che l’acqua, le malattie e le sostanze chimiche han fatto venir fuori delle robe che non si sa cosa sono, che adesso girano sul fondo qui sotto? Quel terùn del Cicoria m’ha detto che ha visto un tentacolo che teneva una spazzola da lavavetri, l’altro giorno, ma secondo me aveva bevuto un cicchetto di troppo - 


- Ma è… è orrendo, inconcepibile. Siete delle… delle bestie. Ma no, le bestie sono buone, voi siete dei mostri. Nazisti, ecco cosa siete. Luridi schifosi nazisti, mi fate orrore -
- Ohé, Boddi, piano con le parole. Eccolo lì che arriva lui a giudicare. E sentiamo, dov’era lei quando qui finiva tutto sott’acqua? Quando quei là morivano, anche prima delle nostre decisioni, cosa faceva? E quando li spingevamo nei buchi con la ruspa, lei non l’ho mica vista protestare contro i nazisti, come dice lei. -


- Ma io… io… - 


- Eh lei, lei. Glielo dico io cosa sentivo, cara la mia anima bella: sentivo la sua tele a tutto volume, non le sue proteste. Sentivamo, io e la mieé, tutti i versi e le schifosate dei film porno che guardava, minga la sua voce a dirci che era sbagliato. Comodo dirlo adesso, che è finito tutto. Poteva prenderseli lei in casa, che c’ha tanto spazio e è anche da solo - Mariani ghignò, e Otto provò il desiderio fortissimo di mettergli le mani al collo e stringere fino a fargli schizzare gli occhi. - Ma invece no, lei è stato lì chiuso in casa, a fare i giochi e a vardà le tuse nude, poi viene da me a lamentarsi. Mavava’, pirlùn - 


Mariani diede un vigoroso colpo di remo. Otto rimase a guardarlo mentre si allontanava. Lo udì canticchiare in dialetto, ma non capì le parole. Era attonito: si sentiva come una specie di Rip Van Winkle, però era come se si fosse svegliato in una fantasia di Mengele. Si maledisse per aver aperto la finestra: non poteva restare nella sua beata ignoranza, nella sua apatia in cui l’unico pensiero era trovare sul torrente qualche hentai che non avesse già visto, possibilmente senza censura?


Ora però non poteva più ignorare quello che avevano fatto. La sua città galleggiava letteralmente sul sangue di innocenti: decise che non potevano passarla liscia. Nella sua mente prese forma l’idea pazzesca di un vendicatore, un vigilante da fumetto che avrebbe raddrizzato i torti e terrorizzato i carnefici, magari alimentando le leggende sui mostri mutanti dei fondali urbani. Gliel’avrebbe fatta vedere lui: sarebbe arrivato dall’acqua, silenzioso e letale come un predatore marino, e avrebbe distrutto barche, fatto sparire persone, lasciato indizi contraddittori che avrebbero seminato il panico. Poi forse qualcun altro avrebbe seguito il suo esempio, magari l’avrebbero cercato… sicuramente l’avrebbero cercato. Avrebbe fondato una resistenza, un gruppo di eroi duri e pronti a tutto che avrebbero liberato Milano rendendola un porto sicuro per tutti, un paradiso sull’acqua, una comunità solidale e amichevole e tutti avrebbero per sempre riconosciuto il suo ruolo di ispirazione e guida, anche se lui avrebbe rifiutato ogni carica per continuare la sua Missione, finché l’ultimo Mariani non fosse finito a galleggiare a faccia in giù. 


Sì, era deciso: non poteva attendere un minuto di più. L’attrezzatura subacquea era impolveratissima, ma sembrava perfettamente funzionante. La muta, invece, gli sembrò rimpicciolita rispetto all’ultima volta. SI vestì con tutta la foga di cui era capace, pronto a tuffarsi direttamente dalla finestra nella sua nuova vita. Diede un ultimo sguardo al suo salotto: vide il divano, il posacenere stracolmo, la tv, e seppe che non avrebbe mai concluso niente, che quella del supereroe era l’illusione di un poveretto che confondeva i desideri con la realtà. Lo schermo, ancora acceso, gli rimandava un’immagine fissa, immota come la vita che s’era scelto. Al centro dell’immagine, una scritta sprezzante gli ricordò che non sarebbe riuscito neanche stavolta a portare a termine i suoi progetti.


Diceva “resume game”